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Maggio 2018

Il GDPR farà bene al Direct Email Marketing (se verrà applicato)

Il GDPR farà bene al Direct Email Marketing (se verrà applicato) 150 150 Paolo Niccolò Giubelli Paolo Niccolò Giubelli

Dopo la fatidica data del 25 maggio il mondo del Direct Email Marketing ne esce come un paziente a cui è stata somministrata una cura da cavallo. Una marea di persone ne ha approfittato per disiscriversi da tutte le mailing list cui non è più interessato e le aziende hanno perso una discreta percentuale dei contatti. È una cattiva notizia? Probabilmente no, ma molti non lo capiranno.

Il punto è che una percentuale enorme di aziende ha abusato della posta elettronica come strumento di comunicazione. Per essere più precisi: ha abusato dell’unico strumento di comunicazione di cui ha ancora un certo controllo. Si badi bene: in questo ragionamento non considero le aziende sciatte che fanno uso di indirizzari ottenuti illegalmente e che non hanno alcun rispetto per la legge e per i propri clienti; queste aziende – sarebbe un bene per tutti – dovrebbero semplicemente essere multate, perché causano danno anche a chi usa questi strumenti con criterio. Qui si parla di chi ha operato nei confini della legalità e che oggi si vede in piena emorragia di contatti.

Il post-GDPR: una opportunità.

Il rateo di apertura delle comunicazioni via e-mail, soprattutto in ambito B2B ormai è assai più grande della percentuale di visualizzazione dei post organici sui social, per via dei famosi algoritmi. Non solo: dal nostro osservatorio privilegiato, questo divario si sta addirittura allargando a svantaggio dei social network, che sono sempre più concentrati sulla monetizzazione diretta.

Quanto è utile un iscritto alla nostra mailing list a cui non importa niente di noi? Quanto danneggiamo la nostra immagine nei suoi confronti, continuando a bersagliarlo? Quanto siamo stati bravi a segmentare i nostri indirizzari e a fare in modo che i nostri prospect ricevano sempre comunicazioni gradite? Da queste domande bisogna ripartire per il post-GDPR, cercando di cogliere l’opportunità di uno strumento che potrebbe tornare ad essere rilevante ed efficace, se meno inflazionato.

Dopo un bel dimagrimento degli indirizzari, cerchiamo di tenerci in forma.

Cambiare sito: è davvero il caso? / Parte 1

Cambiare sito: è davvero il caso? / Parte 1 150 150 Paolo Niccolò Giubelli Paolo Niccolò Giubelli

Spesso la costruzione di un sito è un processo complicato e a volte anche lungo. Si toccano tutte le corde dell’azienda: il reparto marketing, la dirigenza, le esigenze di immagine, la conta del personale interno che dovrà gestirne i contenuti, il SEO, ecc. ecc. Non c’è da stupirsi se alcune aziende impiegano letteralmente anni per arrivare al traguardo.

La cosa che invece sorprende è la leggerezza con cui spesso le aziende affrontano l’evoluzione del sito stesso: anziché curarlo costantemente e rifinirlo come una piantina, lo gettano letteralmente via dopo pochi anni per costruirne uno completamente nuovo.

Non contano le ore perse per decidere il layout, né tantomeno quello che dicono i dati sull’utilizzo del sito: se lo si vuole, si getta tutto all’aria senza capire che in questo modo tutto il lavoro svolto in precedenza è praticamente perso. Il paradosso è che nell’era dove tutto sembra correre veloce è invece molto importante fare tesoro dell’esperienza e del pregresso.

Sarà capitato a tutti in riunione di discutere anche animatamente sulla previsione dell’esito di una certa scelta. Quello che invece si fa troppo poco è misurare a posteriori quello che davvero è avvenuto. Progettando un sito web, ad esempio, si può immaginare che la scelta della n-esima lingua sarà strategica e probabilmente ci saranno alcune persone a favore e altre contro. Se si decide di investire qualche soldo per aggiungere quella lingua al sito ma poi non si prova nemmeno a misurare il trend di visitatori di quella lingua, a quale scopo si è dibattuto?

La misurazione dei risultati del sito attuale dovrebbe essere un’attività costante in un’azienda e per di più è anche un compito molto stimolante e utile!

Torniamo al nostro esempio: chi magari era contrario all’aggiunta della lingua, di fronte ad un dato che mostra invece un flusso di nuovi visitatori interessati che parlano quell’idioma, probabilmente cambieranno idea e saranno i primi sostenitori ad un aumento del budget per creare contenuti ad-hoc per loro. Inoltre tutti i partecipanti all’analisi avranno ben chiaro che in quel mercato l’azienda ha un potenziale che prima una parte ignorava.

Se l’azienda dell’esempio non avesse fatto l’analisi, si sarebbe ritrovata dopo un po’ in una riunione uguale alle precedenti con alcune persone a favore dell’inserimento di una lingua e altre contrarie, senza alcun dato a supporto.

Per questo motivo prima di immaginare un sito nuovo, è meglio partire dai punti di forza e di debolezza di quello vecchio.

AdWords per le aziende: un rapporto da chiarire

AdWords per le aziende: un rapporto da chiarire 150 150 Paolo Niccolò Giubelli Paolo Niccolò Giubelli

Ormai Google è un contenitore di pubblicità globale che riesce ad intercettare la domanda delle più grandi aziende così come del ristorantino all’angolo. Parte del successo è sicuramente data proprio dalla sua dimensione globale, che consente di creare spazi pubblicitari pressoché infiniti di fatto generati dagli stessi consumatori con le loro ricerche e le loro visite ai siti web ma (quasi) sempre pertinenti. In altre parole: sempre più difficilmente ad un uomo capiterà di vedere pubblicità di scarpe da donna come avviene ancora in TV.

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