Articolo di :

Paolo Niccolò Giubelli

E-commerce: 2 fattori su cui fare qualche ragionamento

E-commerce: 2 fattori su cui fare qualche ragionamento 150 150 Paolo Niccolò Giubelli

Come ho avuto modo di dire in un mio recente intervento ad un incontro con le imprese alla Confcommercio di Reggio Emilia, riflettendo sugli ultimi trend emergenti nel mondo dell’ecommerce, è evidente che sempre di più si confermano due trend:

  1. I grandi player della vendita online stanno investendo molti miliardi nei negozi fisici; evidentemente l’esperienza fisica ha ancora un valore
  2. Molti sforzi sono concentrati sulla profilazione degli utenti e la costruzione di ambienti digitali su misura per lui

Il primo punto è una buona notizia soprattutto per i commercianti. Che stiano valutando l’adozione di piattaforme e-commerce o l’ingresso nei marketplace, dovrebbero ripartire dal loro punto di forza acquisito: il negozio brick and mortar.

Il secondo punto è rivolto a tutti: raccogliere e profilare i gusti degli utenti per offrire loro sempre un’esperienza unica. Sempre nel rispetto del GDPR e, da parte degli utenti stessi, con la consapevolezza delle proprie azioni.

Come possono i commercianti sfruttare al meglio le nuove tecnologie?

Per i commercianti, e non solo, tutto questo significa smettere di inviare DEM broadcast (cioè a tutti i propri contatti indiscriminatamente), senza nemmeno differenziare il messaggio sulla base dei dati a disposizione. Significa però anche valutare la creazione di aree private sui propri siti che siano auto-personalizzate e quindi che si adattino agli usi e alle preferenze degli utenti stessi.

Aldilà di vendere o meno sul proprio sito, il web si sta trasformando in un ambiente più personale e meno standardizzato. Il paradosso? Le piccole realtà commerciali, che rischiano di restare indietro per mancato interesse o volontà di investire, potranno risultare più “standard” rispetto alle grandi piattaforme e questo sarebbe un peccato.

Bisogna dunque aprire un e-commerce?

Non è detto, ogni caso è particolare e va valutato. Noi non siamo mai stati coloro che hanno suggerito di investire decine di migliaia di euro in soluzioni e-commerce solo perché “è di moda”. Un e-commerce è un business duro, difficile e che richiede organizzazione e risorse. Sicuramente un modesto investimento per dotare il proprio sito della possibilità di ordinare i prodotti online e ritirarli in negozio nel 2018 può essere una bella strategia “local”, capace di portare comunque le persone in negozio, risparmiare sui costi di spedizione (in certi casi essendo competitivi con Amazon Prime) e dare un servizio al cliente arricchito dal rapporto umano.

Perché un negozio deve investire risorse sul digital?

Per un motivo esattamente analogo a quello per cui un negozio deve avere le vetrine: deve essere visibile dove la gente trascorre il suo tempo. Oggi si passa sul web un numero di ore molto grande, e non esserci significa “oscurare” una vetrina che sta diventando sempre più importante.

Da dove iniziare?

Se sei interessato a questo argomento, puoi trovare sicuramente molti libri e risorse online che ti possono aiutare. Per esempio se sei interessato a vendere su un marketplace come Amazon, ti suggerisco il libro di Eleonora Calvi Parisetti “Vendere su Amazon”.

In ogni caso può esserti di aiuto parlare con un consulente e se vuoi puoi contattarci a questo link per parlare con noi.

Arriva l’aggiornamento YMYL, il posizionamento su Google va sulle montagne russe

Arriva l’aggiornamento YMYL, il posizionamento su Google va sulle montagne russe 150 150 Paolo Niccolò Giubelli

Durante il mese di agosto ne abbiamo viste di belle nel mondo SEO! Google ha infatti rilasciato uno dei più massicci aggiornamenti all’algoritmo anti-spam di Google, e i risultati non si sono fatti attendere.

Cominciamo a parlare proprio degli effetti. In questi giorni ti è capitato di notare un crollo o una salita vertiginosa nel ranking del tuo sito nella SERP di Google? Probabilmente è perché sul tuo sito parli di questioni finanziarie o mediche.

Perché si è verificato questo vero e proprio terremoto nella SERP?

Il motivo è il seguente: in un mondo di fake news, di venditori di medicine offshore, Google ha deciso di penalizzare i siti non autorevoli.

Questo lo si può vedere anche nel documento recentemente pubblicato da Google stessa che prende in esame appunto le linee guida sulla valutazione dei siti cosiddetti “YMYL”. L’acronimo sta per “Your Money or Your Life” (O la borsa o la vita) indicando quei siti che offrono contenuti potenzialmente pericolosi per le finanze o la salute.

In questo modo, se il tuo sito non è stato ritenuto autorevole da Google, avrai probabilmente notato un drastico calo di visite organiche, quelle cioè provengono dalle chiavi di ricerca usate dagli utenti su Google. Se, viceversa, il tuo sito è stato ritenuto autorevole e sicuro per l’utente finale, avrai notato una impennata di visite e soprattuto una scalata verticale nella SERP di Google, dove  semplicemente avrai “messo dietro di te” tutti coloro che invece sono stati penalizzati.

La nostra esperienza nel SEO

Ci sono capitati entrambi i casi, tutti in ambito sanitario. Nel caso positivo abbiamo raccolto i frutti di un lavoro lungo anni sulla costruzione della credibilità del cliente percepita online, vero motore della SEO. Nell’altro caso, grazie allo studio dei fattori chiave e alla interpretazione delle linee guida del documento di cui sopra, nel giro di un paio di settimane siamo riusciti a tornare nelle prime posizioni su Google.

Si tratta di una buona notizia

Siamo molto contenti del fatto che le grandi compagnie digitali stiano affrontando il problema delle notizie false e dello “spaccio” di soluzioni mediche non comprovate. Questo significa continuare lungo la direzione che premia i contenuti di qualità e autorevoli e il lavoro quotidiano di costruzione della nostra presenza digitale. Viceversa è un attacco alle tecniche di posizionamento SEO “black-hat” perseguite da chi cerca scorciatoie che nel tempo, però, risultano essere non premianti.

Migliorare la tua comunicazione online: i consigli per le vacanze

Migliorare la tua comunicazione online: i consigli per le vacanze 150 150 Paolo Niccolò Giubelli

Estate, tempo di vacanze, tempo di non pensare al lavoro. Questo è quello che vogliamo e c’è una ragione: per tanti mesi abbiamo lavorato ai nostri progetti, abbiamo risolto problemi piccoli e grandi ma quasi sempre lo abbiamo fatto nell’ottica della quotidianità.

Ecco, il punto sta qua: quello di cui ci stanchiamo non è di lavorare, ma di tenere basso lo sguardo sulla singola telefonata, sul singolo cliente, sul singolo problema. Quello che invece ora potrebbe darci molta soddisfazione e ispirazione è proprio alzare lo sguardo e concentrarci sugli aspetti strategici e di medio e lungo periodo. Per farlo serve una certa dose di creatività, che a sua volte richiede una mente sgombra.

Pensare al futuro è possibile per tanti aspetti del tuo lavoro, ma quello che li comprende tutti – la nostra esperienza di quasi 13 anni ci dice che è così – è la comunicazione online. Non mi soffermerò a lungo sul perché, mi basta farti pensare a quante persone hai dovuto contattare per rifare il sito della tua azienda l’ultima volta o, se sei da solo, a quante e quali cose hai dovuto pensare per scriverne i contenuti. È stato un bello stress, eh?

Ti voglio suggerire alcuni punti di riflessione che solo in questo periodo puoi analizzare con una certa tranquillità. Non si tratta di cose complesse, non dovrai aprire nessun foglio di calcolo né passare le serate al computer. Si tratta di cose che puoi, anzi che devi fare proprio mentre sei in spiaggia o in un rifugio in montagna. In realtà si tratta di attività che sono anche piuttosto divertenti ed è proprio questa la parte del tuo lavoro che può darti più piacere.

Trova ispirazione e nuove idee

La tua musa può essere insospettabile: dal compagno di ombrellone ad un buon libro, da una tua esperienza all’estero alla lettura dei contenuti del tuo stesso sito. L’importante è predisporsi per essere ricettivi, perché la creatività funziona così: pensare intensamente e poi distrarsi; solo a quel punto le idee verranno fuori.

Passare alla sintesi

Porsi nuovi obiettivi, pensare a chi ci potrà aiutare a concretizzare un piano di comunicazione digitale che nel 2018 è indispensabile in ogni lavoro. Le idee devono poi concretizzarsi coi mezzi che abbiamo.

Tre idee semplici e concrete

  1. Guarda il tuo sito. Hai la fortuna di non farlo dal PC del tuo ufficio. Fallo dal tuo smartphone, ovunque tu sia. Ti renderai conto di quanto sia veloce o lento, facile o difficile da consultare. Trovi rapidamente le informazioni utili? I contenuti che hai scritto ti piacciono o no? Quali ti piacciono di più (o di meno) e perché? Quali sono ancora attuali?
  2. Naviga sui siti dei tuoi concorrenti. Che cosa hanno di diverso? Le differenze col tuo fanno emergere la tua unicità? Oppure la tua impresa non è correttamente focalizzata? Che cosa ti piace dei loro siti? Prendi appunti e a settembre e poi parlane con la tua Web Agency.
  3. Quali modi nuovi e freschi puoi mettere in campo per diminuire le distanze coi tuoi clienti? Perché ora dovrebbero andare sul tuo sito? Perché pensi che ora possano visitare i siti dei tuoi competitor? Come potresti coinvolgerli di più per essere un loro partner insostituibile? Come li coinvolgi sui social? Chi potrebbe a settembre aiutarti a stendere e mantenere attivo un piano editoriale?

Buone vacanze e buon lavoro!

Mettere in sicurezza il proprio sito web: perché è così importante

Mettere in sicurezza il proprio sito web: perché è così importante 150 150 Paolo Niccolò Giubelli

Probabilmente l’aspetto più trascurato oggigiorno da chi commissiona un sito web è la sicurezza. Il problema nasce quando a trascurarla è anche chi il sito lo progetta e/o lo mantiene. Perché invece è così importante dedicare la giusta attenzione ad un tema che nei prossimi 10 anni sarà sempre più cruciale?


Il motivo è molto semplice: i dati e la potenza di calcolo.

Nell’era del tanto odiato – ma importante – GDPR e a distanza di circa 3 anni dall’applicazione in massa della cookie law, la consapevolezza di quanto sia critico il sito web nel processo di messa al riparo dei dati personali e sensibili è ancora troppo bassa, ma è ora che questo cambi.

Hai presente il tuo sito, quello in cui raccogli le informazioni dei tuoi visitatori tramite il modulo contatti? Se proprio non hai un sito dell’anteguerra, probabilmente salvi quelle informazioni su un database nel server, così da non dover contare su un sistema fallibile come la posta elettronica. Quella magari dove hai inviato in chiaro (cioè senza crittografia) il login e la password del tuo sito, con cui puoi caricare documenti e articoli sul sito stesso. Oppure il caricamento dei documenti è fattibile senza password, perché semplicemente proponi ai tuoi visitatori di inviarti i loro curriculum in PDF.

Tutte queste cose sono all’ordine del giorno, ma sono tutti buchi gravissimi nella sicurezza. Con anche solo uno o due degli aspetti sopra elencati, senza che vengano prese le adeguate precauzioni, è molto semplice per un hacker con poca esperienza prendere il controllo del tuo sito e poi del tuo server.

Che cosa può succedere, dunque? Beh, qui dipende dalla fantasia, dalle capacità e dallo scopo dell’attaccante. Potrebbe aver voglia semplicemente di installare sul tuo server un software per l’estrazione di criptovalute, usando la tua potenza di calcolo per guadagnare. Più probabilmente proverà a modificare il tuo sito – in modo più o meno nascosto – per inserire link a siti poco raccomandabili. Peggio ancora potrebbe usare il tuo sito come vettore per estrarre dati preziosi degli utenti e, dulcis in fundo, inviare spam, inserendo così il tuo server nelle blacklist degli spammer.

Attacchi più mirati di ingegneria sociale possono solamente mirare ad estrarre le password degli utenti per vedere se le hanno usate anche in altri posti più importanti, come ad esempio la tua casella di posta elettronica. In pratica tu pensi che il tuo WorpPress sia poco importante perché su quel sito non hai nulla di valore, nemmeno un form contatti. Ma quello che ha valore è la tua password, che hai usato anche per la tua casella di posta dove invii e ricevi documenti riservati.

Insomma il problema è grave ed è per questo motivo che oggigiorno è sempre più rischioso affidarsi agli improvvisati per la messa in funzione di sistemi che sono così delicati. Se pensi che il tuo sito sia vulnerabile contattaci per un’analisi accurata, così da affrontare per tempo il problema e non incappare nei guai.

Quando il sito web diventa un parto

Quando il sito web diventa un parto 150 150 Paolo Niccolò Giubelli

Realizzare un sito web è un’attività che prevede l’instaurazione di un rapporto profondo col Cliente ed è un compito complesso. Non si tratta solo di stendere dei contenuti e metterli online, ma serve una prototipazione grafica, spesso in più fasi, un’analisi delle funzionalità, l’adesione al brand manual, il focus continuo sugli obiettivi, la cura per la SEO e così via.

Tutto questo sicuramente comporta tempo, perché lavorare in modo professionale significa anche avere modo di ragionare, discutere e confrontarsi.

Il tempo però può essere usato bene o male ed è straordinario osservare come i siti di maggior successo che abbiamo realizzato siano stati sempre quelli “partoriti” in (relativamente) breve tempo. Il motivo? Provo a spiegarlo con la metafora della donna incinta: una gravidanza dura circa 9 mesi, il tempo necessario affinché gli organi del corpo si formino e il bambino sia capace di cavarsela da solo. Una volta nato potrà solo negli anni successivi diventare perfetto: crescere, studiare, imparare, diventare adulto, esplorare il mondo e così via. È pensabile che tutto questo avvenga nella pancia della mamma? Direi proprio di no, ma attenzione: non è solo una questione “biologica” ma anche sociale, perché non si può diventare adulti restando chiusi e soli nella pancia della mamma. Bisogna aprirsi al mondo.

Ecco perchè i siti di maggior successo sono quelli che sono stati concepiti e realizzati in un tempo non lungo: perché è indispensabile uscire sul mercato con un sito bello e funzionale, ma è altrettanto vero che la perfezione si può raggiungere solo con il miglioramento continuo, che si basa per definizione sulla raccolta dei dati (es. quanto è facile o difficile navigare sul sito per il Cliente) e l’implementazione delle migliorie. Spendere troppo tempo a discutere di un dettaglio grafico e magari tralasciare gli aspetti di esperienza utente è un errore enorme alla prova dei fatti, e si perde di vista un fatto fondamentale: un sito web non è una brochure che una volta stampata resta uguale, ma è uno strumento da far evolvere continuamente.

Hosting e SEO: un rapporto delicato

Hosting e SEO: un rapporto delicato 150 150 Paolo Niccolò Giubelli

Quando si sceglie il piano di hosting del sito basandosi esclusivamente sul prezzo o su altre legittime convenienze si rischia spesso di non pensare a quali saranno gli effetti sul posizionamento del sito su Google.

Nessuno può conoscere i fattori che determinano un miglior o peggior posizionamento, ma dalle linee guida e dal reverse engineering svolto dai vari SEO specialist nel mondo, alcune cose sono emerse.

Prestazioni

Non c’è niente da fare: un sito lento non è piacevole da navigare. Google misura sicuramente il tempo di attesa per caricare il sito, ma anche se non penalizzasse questo fattore in modo diretto, potrebbe dedurlo dai tassi di abbandono e dai tempi di caricamento sui browser degli utenti. Insomma, se si vuole primeggiare su Google, bisogna avere un piano di hosting veloce. A volte la colpa della lentezza non è dell’hosting, ma dell’applicazione web, in tal caso bisogna approfondire.

Hosting Ferrara

Posizione geografica

Questo punto è un corollario del precedente: se il mio mercato è esclusivamente americano, ha più senso posizionare il server negli USA per ridurre i tempi di comunicazione. Il problema si pone soprattutto quando si devono attraversare migliaia di chilometri, mentre restando all’interno del proprio continente spesso la situazione è più gestibile. Ovviamente se il server è collegato a reti molto veloci ma è più lontano, può essere vantaggioso rispetto ad un server più vicino ospitato presso un provider dotato di infrastrutture più scarse.

Se il target dovesse essere tutto il mondo, ci si può affidare alle cosiddette CDN, reti di distribuzione globali che replicano i contenuti del tuo sito nel mondo per fare sì che tutti possano usufruirne alla giusta velocità.

Affidabilità

Chi offre hosting ha investito a sufficienza in ridondanza e in sicurezza dei propri datacentre? Tutti ricordano di un grosso incendio che paralizzò tanti anni fa uno dei più grossi provider italiani. Anche a livello locale, però, ricordo un caso in cui il gestore non aveva acquistato una linea dati di backup. Risultato? Per colpa di una ruspa che aveva tranciato una fibra ottica, alcuni siti del territorio furono oscurati per ore. La relazione col SEO è semplice: se un sito è ripetutamente down, Google lo penalizza direttamente o indirettamente. Certo, nel caso di un ecommerce questo può non essere il problema più grave.

Insomma già da queste semplici 3 riflessioni dovrebbe essere chiaro che la scelta dell’hosting in certi casi è davvero cruciale e non andrebbe liquidata in pochi secondi. Ci sono altri punti da valutare, quali la scalabilità, la gamma di soluzioni offerte, ecc. ma qui ci siamo soffermati solo sulle cose più semplici. Se sei interessato ad approfondire per migliorare la tua soluzione di hosting attuale, contattaci ora!

È tempo o no di migrare ad HTTPS?

È tempo o no di migrare ad HTTPS? 150 150 Paolo Niccolò Giubelli

Tanti anni fa gli indirizzi dei siti web venivano spesso pubblicizzati in modo completo, per cui si vedeva spesso la scritta “http://www.nomedelsito.it“. L’inizio di questa scritta, cioè la dicitura “http://” indica proprio il fatto che si parla di siti web, in quanto essa indica il protocollo di comunicazione con cui i nostri computer chiedono di scaricare le pagine dei siti e non, ad esempio, un messaggio di posta elettronica.

Nel tempo però si è persa questa abitudine, perché tutti gli indirizzi dei siti web iniziavano con http:// e dunque per brevità si è iniziato a riportare solo la scritta “www.nomedelsito.it” e successivamente anche “nomedelsito.it“.

Negli ultimi anni c’è stata però la migrazione di milioni e milioni di siti al protocollo HTTPS, dove la “s” finale sta per “sicurezza”. Tale protocollo funziona esattamente come il vecchio HTTP, con la differenza che la trasmissione dei dati tra il computer e il sito è totalmente cifrata e dunque non è possibile intercettare le informazioni che ad esempio l’utente inserisce sul sito o quelle trasmesse indietro all’utente.

Facciamo un esempio: se nel tuo sito aziendale c’è un accesso con nome utente e password e l’indirizzo del tuo sito inizia ancora con “http://” e non “https://” allora sarà relativamente facile per chi si inserisce nella rete intercettare le credenziali. Che cosa succederebbe se qualcuno venisse a conoscenza delle credenziali di un tuo cliente o delle tue credenziali amministrative?

Per questo motivo vari consorzi che operano nel mondo del web stanno spingendo per una migrazione di massa di tutti i siti verso https. Ad esempio, in questi ultimi mesi e nei prossimi, i browser (es. Google Chrome, Firefox, Safari…) con cui navighiamo sui siti stanno diventando gradualmente più “minacciosi”, nel senso che se navighiamo su un sito web senza https essi ci avvisano con scritte sempre più invadenti.

Messaggio di Safari "Sito web non sicuro"

Ecco che cosa mostra Safari quando si compila un form su un sito senza https.

È consigliabile quindi, se non lo si è già fatto, iniziare a valutare il passaggio ad https. Magari il nostro sito non conterrà i segreti della CIA, ma questi messaggi “intimidatori” su un nostro visitatore rischiano di essere un brutto biglietto da visita. Inoltre la direzione è chiara: l’http verrà sempre più disincentivato. L’uso di HTTPS è poi assolutamente raccomandato, già da anni, nel caso in cui sul sito vengano raccolti o visualizzati dati personali o sensibili.

Il GDPR farà bene al Direct Email Marketing (se verrà applicato)

Il GDPR farà bene al Direct Email Marketing (se verrà applicato) 150 150 Paolo Niccolò Giubelli

Dopo la fatidica data del 25 maggio il mondo del Direct Email Marketing ne esce come un paziente a cui è stata somministrata una cura da cavallo. Una marea di persone ne ha approfittato per disiscriversi da tutte le mailing list cui non è più interessato e le aziende hanno perso una discreta percentuale dei contatti. È una cattiva notizia? Probabilmente no, ma molti non lo capiranno.

Il punto è che una percentuale enorme di aziende ha abusato della posta elettronica come strumento di comunicazione. Per essere più precisi: ha abusato dell’unico strumento di comunicazione di cui ha ancora un certo controllo. Si badi bene: in questo ragionamento non considero le aziende sciatte che fanno uso di indirizzari ottenuti illegalmente e che non hanno alcun rispetto per la legge e per i propri clienti; queste aziende – sarebbe un bene per tutti – dovrebbero semplicemente essere multate, perché causano danno anche a chi usa questi strumenti con criterio. Qui si parla di chi ha operato nei confini della legalità e che oggi si vede in piena emorragia di contatti.

Il post-GDPR: una opportunità.

Il rateo di apertura delle comunicazioni via e-mail, soprattutto in ambito B2B ormai è assai più grande della percentuale di visualizzazione dei post organici sui social, per via dei famosi algoritmi. Non solo: dal nostro osservatorio privilegiato, questo divario si sta addirittura allargando a svantaggio dei social network, che sono sempre più concentrati sulla monetizzazione diretta.

Quanto è utile un iscritto alla nostra mailing list a cui non importa niente di noi? Quanto danneggiamo la nostra immagine nei suoi confronti, continuando a bersagliarlo? Quanto siamo stati bravi a segmentare i nostri indirizzari e a fare in modo che i nostri prospect ricevano sempre comunicazioni gradite? Da queste domande bisogna ripartire per il post-GDPR, cercando di cogliere l’opportunità di uno strumento che potrebbe tornare ad essere rilevante ed efficace, se meno inflazionato.

Dopo un bel dimagrimento degli indirizzari, cerchiamo di tenerci in forma.

Cambiare sito: è davvero il caso? / Parte 1

Cambiare sito: è davvero il caso? / Parte 1 150 150 Paolo Niccolò Giubelli

Spesso la costruzione di un sito è un processo complicato e a volte anche lungo. Si toccano tutte le corde dell’azienda: il reparto marketing, la dirigenza, le esigenze di immagine, la conta del personale interno che dovrà gestirne i contenuti, il SEO, ecc. ecc. Non c’è da stupirsi se alcune aziende impiegano letteralmente anni per arrivare al traguardo.

La cosa che invece sorprende è la leggerezza con cui spesso le aziende affrontano l’evoluzione del sito stesso: anziché curarlo costantemente e rifinirlo come una piantina, lo gettano letteralmente via dopo pochi anni per costruirne uno completamente nuovo.

Non contano le ore perse per decidere il layout, né tantomeno quello che dicono i dati sull’utilizzo del sito: se lo si vuole, si getta tutto all’aria senza capire che in questo modo tutto il lavoro svolto in precedenza è praticamente perso. Il paradosso è che nell’era dove tutto sembra correre veloce è invece molto importante fare tesoro dell’esperienza e del pregresso.

Sarà capitato a tutti in riunione di discutere anche animatamente sulla previsione dell’esito di una certa scelta. Quello che invece si fa troppo poco è misurare a posteriori quello che davvero è avvenuto. Progettando un sito web, ad esempio, si può immaginare che la scelta della n-esima lingua sarà strategica e probabilmente ci saranno alcune persone a favore e altre contro. Se si decide di investire qualche soldo per aggiungere quella lingua al sito ma poi non si prova nemmeno a misurare il trend di visitatori di quella lingua, a quale scopo si è dibattuto?

La misurazione dei risultati del sito attuale dovrebbe essere un’attività costante in un’azienda e per di più è anche un compito molto stimolante e utile!

Torniamo al nostro esempio: chi magari era contrario all’aggiunta della lingua, di fronte ad un dato che mostra invece un flusso di nuovi visitatori interessati che parlano quell’idioma, probabilmente cambieranno idea e saranno i primi sostenitori ad un aumento del budget per creare contenuti ad-hoc per loro. Inoltre tutti i partecipanti all’analisi avranno ben chiaro che in quel mercato l’azienda ha un potenziale che prima una parte ignorava.

Se l’azienda dell’esempio non avesse fatto l’analisi, si sarebbe ritrovata dopo un po’ in una riunione uguale alle precedenti con alcune persone a favore dell’inserimento di una lingua e altre contrarie, senza alcun dato a supporto.

Per questo motivo prima di immaginare un sito nuovo, è meglio partire dai punti di forza e di debolezza di quello vecchio.

AdWords per le aziende: un rapporto da chiarire

AdWords per le aziende: un rapporto da chiarire 150 150 Paolo Niccolò Giubelli

Ormai Google è un contenitore di pubblicità globale che riesce ad intercettare la domanda delle più grandi aziende così come del ristorantino all’angolo. Parte del successo è sicuramente data proprio dalla sua dimensione globale, che consente di creare spazi pubblicitari pressoché infiniti di fatto generati dagli stessi consumatori con le loro ricerche e le loro visite ai siti web ma (quasi) sempre pertinenti. In altre parole: sempre più difficilmente ad un uomo capiterà di vedere pubblicità di scarpe da donna come avviene ancora in TV.

maggiori informazioni

Possiamo aiutarti?
Scrivici due righe o chiama il 05321914096

 Dichiaro di aver letto la Privacy Policy e presto il consenso al trattamento dei dati personali ai sensi del Regolamento EU 2016/679.

[

[recaptcha]